Rassegna stampa

Rassegna stampa / Ho visitato lo studio di Savelli

Rassegne storiche

Savelli "Al Secolo"

Fonte: Italia Nuova

Savelli e Turcato

Fonte: L'Universo

Kodama Gallery

Mostra ad Osaka (personale)

Ho visitato lo studio di Savelli
Arturo Peyrot

08 Ottobre 1941

New_york_1995

Lo studio di Angelo Savelli a via Margutta è piccolino, troppo piccolo, e dà direttamente sulla via.

Savelli, in un certo senso, aspettava la mia visita poichè ha coscienza, malgrado la giovane età, di non essere l'ultimo dei pittori, e di essere anzi fra i giovani, che aspirano di venire, presto o tardi, alla ribalta, uno di quelli che ha più carte per il proprio giuoco.

Inoltre Savelli è stato, meritatamente, fra i vincitori del premio Bergamo. Savelli, infatti, è fra le giovani reclute della pittura romana, non solo una delle più promettenti, ma una di quelle che sono già passate dal ruolo di « speranze » a quello più importante e raro di « promesse mantenute »; in quanto ha già dato prova di possedere non solo una vena autentica, ma anche una personalità, una cultura e una intelligenza personali, cioè di avere tutto ciò che è necessario, unito alla costanza, al lavoro assiduo e all'ispirazione per divenire un artista completo.

Pensi che il lavoro dell'artista, domando, debba essere continuuo, o limitato ai soli momenti della cosidetta ispirazione?

« Intendo il lavoro per l'arte, e nel caso presente per le pitture, continuo, incessante fino al delirio; non però per tradurlo in occupazione abitudinaria comune a tutti gli uomini, ma per affinare le facoltà intuitive e creative, per mettere a fuoco la sensibilità, e cogliere così lo stato di grazia nei momenti in cui noi incoscientemente vi si cade ».

« Faccio presente, per chi fosse digiuno di questioni artistiche, che parlando di lavoro, non mi riferisco solo a quello materiale, ma a quel complesso di preparazione intima e profonda che ci permette di trasmettere agli altri le emozioni che dalla vita ci provengono, in una forma sincera, trasfiguratrice e poetica. Del resto le mie poche cose lo dimostrano chiaramente ».

Perchè, chiedo, hai una predilezione, nei tuoi quadri, per le bambole rotte e per i burattini spezzati?

« Mi piacciono i pupazzi squinternati e rotti, quelli abbandonati dai bambini per la strada; quando mi imbatto per caso in loro, cerco di fermarli nella mia fantasia, spesso li porto nel mio studio, i più privilegiati mi fanno da anni cara compagnia. Altri invece, che sono veri pupazzi, come certe gonnelle e pantaloni che girano per le vie, vanno a finire malamente, perchè un bel giorno o li sbatacchio contro il muro o li frullo dalla finestra ».

« Ne ho una tutta rotta, tolta a tre ragazzi che se la litigavano e l'avevano ridotta un cencio; ho visto anche delle donne vere ridotte un cencio, ma non ho avuto per loro tanta comprensione quanta ne ho avuta per quella pupattola con gli occhi a mandorla, che ora sta con me, ha la bocca piccola e nel labbro superiore un'ondulazione di grazia; i capelli sono colore di sole mattutino; è quasi nuda con un semplice corpettino rosa pallido morto ».

« Anche alle maschere ho chiesto, a volte, dei colori, e perfino le mie figure in pena e aberrate ne hanno una lontana parvenza.

« Quali sono le mie preferenze in pittura? Amo i colori vivi, sonori e carnosi, cupi e profondi, come il mare del golfo di Santa Eufemia in tempesta, davanti al quale, ricordo come ora, ebbi le prime sensazioni di gioia del colore: allora la mia testa non passava la balconata di ferro della mia terrazza, l'adagiavo fra un ferro e l'altro e non mi stancavo di guardare ».

« Mi piacciono i toni tenebrosi e paurosi, come i rombi dello Stromboli nelle giornate di vento - oppure teneri ed idilliaci come il colore di una parete che mi vide nascere ».

Autore: Arturo Peyrot


Visualizza l'allegato