Rassegna stampa
Rassegne storiche
Fonte: Italia Nuova
Fonte: L'Universo
Ho visitato lo studio di Savelli
Arturo Peyrot
Mostra ad Osaka (personale)
Angelo Savelli pittura in bianco
Fonte: La Repubblica
26 Giugno 1995
Prato - Angelo Savelli ha avuto una lunga vita e un lungo lavoro: ma, errabondo e solitario, alieno dall'aderire a gruppi o schieramenti, dal rinchiudere in aggressive teorizzazioni la sua ricerca, e dal capitalizzare comunque la sua immagine, ha lasciato di sé e del proprio pensiero sull'arte una memoria imperfetta: che in qualche modo somiglia a quello che è stato il suo andare lieve nel mondo, a quel suo parlare incantato e sognante ma che è davvero senza rapporto con la qualità e il peso della sua pittura.
E' morto qualche settimana fa: pochi giorni prima che la Biennale di Venezia gli dedicasse finalmente una sala personale, e poco prima che il Museo Pecci di Prato gli allestisse un'ampia mostra che avrebbe per la prima volta tentato - e davvero non è cosa facile - di ricapitolare i tanti e tanti decenni di un'operosità che non conosciuto stanchezze-
Oggi che quella mostra si apre (a cura di Antonella Soldaini; catalogo Charta con un saggio di Flaminio Gualdoni), lui forse parla con Dante, Virgilio, Socrate, Platone «ed altri luminari», come s'era prefisso di fare non appena avesse viaggiato «verso l'altra dimensione»; e a noi lascia questa mostra, la cui prospettiva l'aveva incantato.
Forse si preparava, immaginandola, allo stupore di chi l'avrebbe visitata. Perché erano certo davvero pochi ad avere, di quel lavoro, una consapevolezza intera. C'era chi ricordava i suoi primi, cruciali anni Cinquanta, quando, di ritorno da Parigi, aveva dato luogo, a Roma e in solidarietà con Turcato o Dorazio, alle prime forme d'una nuova astrazione che coniugava memorie futuriste con aggiornamenti finalmente cosmopoliti. E c'era naturalmente chi sapeva del suo successivo andare negli Stati Uniti, dei suoi legami con Jack Tworkow e con Motherwell, dei suoi incontri con Kline e De Kooning, della vicinanza con le ricerche di Reinhardt e Newman; del suo stabilirsi, infine, a New York, e della sua scoperta del bianco come unico colore, unica luce anzi, della pittura.
Ma, a costoro, Savelli avrebbe forse indicato con gusto tracce dell'educazine antica avuta da Ferrazzi, sui primi anni Trenta; o avrebbe raccontato del tempo subito successivo a quel paesaggio, quando con Scaloja, Stradone e Sadun accendeva di caldo espressionismo la pittura romana negli anni dell'immediato dopoguerra: esponendo infatti con quei suoi compagni in una memorabile sala della V Quadriennale, nel 1948.
E a costoro avrebbe parlato anche volentieri dei suoi «ambienti», immaginati fra fine del settimo e avvio dell'ottavo decennio, da Paradise 1 a Tree with 84 Tree Trunks. Ambienti che non erano una fuga dalla pittura verso la teatralizzazione clamorosa dell'esperienza estetica, ma un cogliere del suo «bianco» la natura più immateriale, o demateriata: meno vincolata alla consistenza comunque corporea, pesante, flagrante, del tradizionale armamentario pittorico, e più prossima all'idea.
Idea, però, che Savelli ha sempre piuttosto inteso come inclinazione, o afflato, del sentimento che non come algida espressione di un progetto esclusivamente razionale. Così che l'immensità e l'infinitezza dello spazio di cui sempre parlava, e che ha cercato nel bianco, vieppiù allargando nell'ambiente questo suo non-colore, non erano per lui dimostrabile certezza, ma sogno avventuroso, capace di centuplicare la fantasia e la libertà intellettuale di chi da quel bianco si trovava avviluppato.
Autore: Fabrizio D'Amico